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02.04.2010
Passo da via Santa Maria tutti i giorni, la percorro quando, terminato il lavoro, riprendo in macchina la strada di casa. Era parecchio tempo che non riuscivo a guardare il Monte Margherita, subito a destra della via, senza pensare che avrei dato volentieri un’occhiata ravvicinata ai blocchi di granito disseminati lungo le pendici e capire se era possibile fare del bouldering più vicino a casa rispetto ai 60 km che mi separano dalla costa cagliaritana.
Così venerdì mattina, complice una inaspettata giornata di ferie, ho parcheggiato l’auto alla base del sentiero, ho caricato lo zaino con un paio di scarpette da arrampicata, un sacchetto di magnesite, dell’acqua e l’immancabile macchina fotografica.
Avevo già salito il monte in un afosissimo pomeriggio di luglio, dritto per dritto, per arrivare a “sa rocca incuaddigada”. Questa volta ho più tempo e un obiettivo meno preciso, per questo decido di fare un giro più panoramico seguendo il sentiero indicato dalle caratteristiche strisce rosso-bianche del CAI e qualche cartello non sempre in ottime condizioni.
Il percorso si rivela agevole ed interessante, tanto facile da chiedersi come mai sia così poco trafficato. Dopo i primi 10 minuti di tornanti si arriva a un rifugio che meriterebbe una sorte migliore di quella che i soliti vandali di turno gli anno riservato, privandolo di gran parte della copertura e lasciando in cambio rifiuti e devastazione. Faccio finta di nulla e mi dedico ad alcuni massi subito sotto il rifugio, la roccia è interessante ma la conformazione della base non consente di sistemare le dovute protezioni, per cui decido di proseguire. Poco più in alto, un gruppo di bei blocchi rossastri, mi regala qualche passaggio interessante e la convinzione che con una buona spazzolata, e la verifica di alcune prese instabili, si possa tirar su un bel giocattolo. Per farla breve, in tre ore di escursione, ho incontrato diverse possibilità per il bouldering, ma sopratutto mi sono ritrovato a riflettere su quanto siano poco valorizzati alcuni posti meravigliosi a pochi minuti da casa. Il sentiero che porta al caratteristico monolite accavallato sul monte, benché necessiti di qualche opera, rimane infatti un grosso potenziale per l’attività outdoor: penso non solo al bouldering, ma anche ad attività meno specifiche come i percorsi vita, il trekking, il footing, l’osservazione della natura o un tradizionale pic nic che qui troverebbero sicuramente terreno fertile se solo qualcuno ci dedicasse un po’ di energie. Forse stiamo parlando di quella qualità della vita, fatta anche di spazi verdi e poco urbanizzati, che spesso inseguiamo affannosamente, che altrettanto spesso ricostruiamo artificialmente all’interno delle nostre città sotto forma di piccoli parchi, piazze, palestre e che, per fortuna, nei piccoli centri possiamo ancora ritrovare semplicemente sollevando lo sguardo. Mentre riprendo il sentiero per il paese rivolgo un ultima occhiata al gruppo granitico che sorregge Sa Rocca: forse non sarà l’aguglia, e nemmeno la Gola di Gorroppu, ma mi ha regalato ugualmente una bella mattinata di roccia e natura.
17.07.2009
Un commento tagliente che da alcuni può anche non essere condiviso in alcune afferamzioni, di sicuro però Mauro Corona, in un breve scambio di battute, mette l'accento su un atteggiamento molto diffuso nell'ambiente alpinistico-arrampicatorio sempre più a caccia della superperfomances, della prima conquista di qualcosa. Parole, a mio avviso, sacrosante e valide ancora di più se si pensa che un simile atteggiamento si stà diffondendo in ambienti in cui parlare di performance sfiora il ridicolo, contesti il cui livello è a dir poco dilettantistico, per non voler definire addiritura da atleti della domenica. Da quotare in pieno la ricerca della performance personale, quella che fa i conti con la propria coscienza e non con la pubblicizzazione del risultato che mantiene invece un valore tutto suo, a prescindere dalla difficoltà assoluta, per rappresentare un grande risultato del tutto interiore. A caccia di un etica ed estetica del gesto che va oltre il grado e che è fatta in primo luogo di una grande onestà verso se stessi.http://www.montagna.tv/?q=node/10616
28.03.2009
Lo conoscevo poco, qualche amico in comune e alcuni incontri fortuiti in falesia, Me n'ero fatto un idea personale, una persona simpatica, attiva, poco incline alle diatribe su gradi e controgradi ma comunque orientato allo sport, alla performance e all'avventura. Difficile sapere esattamente come sia andata nella falesia di Palanfrè, Marco Mattu era solo, in quell'occasione, non ci è dato sapere quindi se stesse aspettando qualcuno che non è mai arrivato, o se avesse optato per una scalata in free solo. Arrampicatore forte, conosciuto nell'ambiente isolano, ci ha lasciato così, senza avvisare, non possiamo far altro che ricordarlo e fare tesoro anche di questa triste esperienza: la montagna nasconde pur sempre un insidia, l'attenzione deve essere sempre massima perchè la sensazione di immortalità e onnipotenza che talvolta regala non è che un l'effimero pensiero di un momento, alla fine a vincere è sempre la roccia e noi non possiamo che adeguarci prendendoci le piccole soddifazioni che ci consente, per il resto la nostra vita rimane appesa a un chiodo e talvolta neanche a quello.Buon riposo Marco
Marco in una delle sue scalate
commento postato da giorgio il 30.03.2009
Il ricordo di quando ho incontrato Marco per la prima volta. Eravamo da karl hainz, storica birreria cagliaritana. Lui era, mi pare, insieme a Vlady ed io gli dissi: "ma anche tu scali?" ... lui annuì con quell'espressione e quella timidezza che conosciamo e che ci rimmarrà impressa.
Che ingenuo, io ero solo agli inizi ma poi col tempo tante scalate e tante esercitazioni col soccorso mi fecero conoscere meglio Marco.
E adesso che sento il vuoto mi accorgo di quanto affetto provavo e provo per questo ragazzo. E con me Valeria.
Sei con noi caro Marco.
Giorgio.
24.01.2008
E' una giornata grigia, in cui il cielo non sembra voler regalare nulla di buono, in cui dai bollettini meteorologici escono allarmanti frasi su venti apocalittici e cavalloni tzunamici. Una giornata in cui la speranza di mettere le mani sulla roccia è quado di più flebile si possa raccontare; eppure sono proprio queste le giornate in cui riscopri alcune piccole perle del mondo verticale.
Ci sono posti, infatti, che vuoi per la moda (che non rispiarmia neppore il vertical world), vuoi per lo stile d'arrampicata, vuoi per il clima mite appena esce il sole, sono, sempre più spesso, simili a centri commerciali nei giorni di festa piuttosto che ad angoli di Sardegna incontaminata.
Eppure in una grigia mattina di gennaio, che forse ha scoraggiato i più per le avverse condizioni del tempo ci ritroviamo soli, con due amici, alla base di quella falesia solitamente chiassosa, a contemplare tacche, buchi, svasi; a discutere di quanto saranno umidi; di quanto sarà improbabile arrampicarsi su quelle prese rese viscide dall'acqua che cade incessante da qualche giorno; e invece proprio oggi, nonostante un arrampicata falsata ho (abbiamo) riscoperto una falesia diversa, silenziosa, nuovamente imponente e autoritaria e allo stesso tempo accogliente, con l'unico commento sonoro offerto dal temporale in corso, e intanto arrampichiamo protetti dallo strapiombo.
Mentre andiamo via incrociamo tre ragazzi cechi, li vediamo scrutare la roccia alla ricerca dei passaggi più asciutti, "non ne troveranno molti ma c'è di che goderne" -penso - e riprendo la strada di casa.
18.01.2008
Si continua a discutere ancora di gradi e di gradazioni dei monotiri in falesia, si stanno prendendo in considerazione le più disparate proposte a caccia della fantomatica precisione matematica. Continuo a chiedermi il perchè di tanto accanimento, la precisione non è della falesia, la falesia è per sua natura imprecisa, le condizioni di salità variano con il variare di condizioni che non possono essere nè controllate nè tantomeno gestite. Il grado è, e rimarrà sempre, qualcosa di approssimativo per esprimere la difficoltà della via e dare la possibilità ai ripetitori di avere la percezione di cosa li aspetta nella loro performance. Ora, che senso ha aggiungere ulteriori mezze misure? Non è che aumentando la precisione nella misurazione cambi qualcosa! Ci sarà sempre qualcuno che vorrà aggiungere che quel 8a soft in realtà è più soft di quell'altro 8a soft e allora bisognerà chiamarlo 8a2soft. Insomma, un po' come la freccia che non arriva mai al bersaglio perche lo spazio che la separa da quest'ultimo potrà essere dimezzato all'infinito.Allora forse è proprio l'approccio che è sbagliato, forse bisognerebbe limitare la competizione se proprio qualcuno non ne può fare a meno tra il gruppo di amici confrontandosi sullo stesso terreno cioè sulla stessa via. A chi la fa in meno giri, achi la fa più velocemente, a chi riesce a farla più volte di seguito insomma ognuno faccia un po' come gli pare. L'agonismo propriamente detto lo limiterei alle gare su artificiale ma anche lì solitamente ci si misura con un tracciato uguale per tutti e non sì comparano performance ottenute su tracciati diversi.
Forse lavorando bene sull'agonismo su parete artificiale e rivalutando la passione per la roccia e non per il grado, si godrebbe un po' più di entrambi. E poco importa se la via salita dall'Ondra di turno e 9a+ soft o hard; sarà pur sempre una grande impresa.